24 Maggio 2010 Giuseppe Campolo

Non c’è nulla di meglio di una crisi. Di gran lunga più utile della visita di un capo di stato, della festa della donna, del terremoto in Pakistan. Quasi più redditizia di una campagna elettorale, per il giornalismo. Con la sua dose di suspense, sia essa diplomatica con implicazioni belliche, o quella epilettica del dollaro. La notizia del primo viaggio spaziale indiano è durata appena un giorno; al secondo, nessun redattore avrebbe tappato un buco con quella. Ma la crisi, qualunque crisi, te la puoi palleggiare per giorni, per settimane, è sempre lì. La gente dimentica la bocca aperta, punta gli occhi avidi sui titoli (è un piacere, ragazzi, sedere al bar col cucchiaino in mano come un bisturi sollevato, e vedere ai tavolini di ferro di piazza Duomo gli incravattati stendere da presbiti il giornale per spiluccare il tuo articolo. Mentre spii sul volto dello sconosciuto l’effetto delle tue parole, che gusto la granita!).

Ma le vince tutte la crisi finanziaria. È dura e la dura; spaventa, genera ansia; è meglio delle fumate nere e la bianca. Non sai mai come se la pensa l’indice Nikkei, in quella che è la notte per te, a Tokyo, dove si vive già il domani. La fibrillazione degli investitori segue quella del Mibtel di Piazza Affari all’apertura, che è un monito, un vaticinio o un incoraggiamento per il Dow Jones di Wall Street, a New Jork, quando vi tornerà il giorno, che a sua volta precorre e influenza l’indice e i trepidanti finanzieri di Sidney. Un movimento che non ti dico, dai capi di stato, ai politici tutti, banchieri, sindacalisti ed economisti, fino al pensionato INPS che non si sa cosa possa temere ancora. C’è da sguazzare con gusto, sbizzarrisi a interpretare: in questo campo, qualsiasi bestialità prende quota di professorato, è simbolo delle alte sfere. Tanto è vero che si fanno le più ampie disquisizioni, serie e compunte, sulle bestialità delle banche, dei governi e del fondo monetario. Attendendosi il rimedio dalle banche, dai governi e dal fondo monetario.

Nel ’29 gli esperti del flusso dei flussi, del circolante per eccellenza – il capitale – per l’ennesima volta ci cascano. E sbagliano pure la manovra correttiva. Ora, gli analisti l’inquadrano; e spiegano che la crisi che ci riguarda adesso è diversa. Intanto grandi prestigiatori della finanza prendono un’altra cantonata: falliscono; il putiferio è generale. Gli strombazzati provvedimenti non convincono le borse, le cui eliche girano in picchiata. Il cittadino, quello che se ha una borsa ce l’ha vuota,  resta con la lingua in ritiro; ma tifa in cuor suo per i virtuosi “risparmiatori”, per le SPA che si sgonfiano, per le banche in liquidità a rischio, che è una cosa che loro conoscono e li fa commuovere.

Economisti permettendo – sia quelli che parlano col muso stretto, come per dire “ordunque è questo” e  gli altri che eloquiano a bocca larga come per dire “arieccoci che nessuno capisce niente” – tutta questa faccenda, che imbrogliata pare, a me puzza d’imbroglio. È falsa, come falso suona che sia incapace il manager strapagato. Non sarebbe più credibile che è straunto perché ha fatto proprio magistralmente ciò che il mandante gli aveva ordinato di fare?

Sento come un vuoto, una discordanza, una sotterranea capovolta arcata di ponte. L’indicazione dell’errore e l’errore stesso è spiegazione così banale che dovremmo pensare di essere guidati da imbecilli. Le banche hanno fatto mutui in quantità che non erano in grado di fronteggiare. E chi guida queste banche è ancora al suo posto? E salviamo questi e quelle!

Si affaccia all’evidenza una logica di superiore tornaconto, di perversa ma sicuramente coerentissima strategia onnigestionale. In quel plasma sotteso alla realtà visibile, in quell’empireo sfuggente oltre i veli d’Istituti nominalmente rappresentanti, sorgono impulsi a muovere passi di superiore coerenza a un assunto, conseguenti a una filosofia, dove la salute delle popolazioni non c’entra per niente; manovre per così dire scientifiche, che ai nostri occhi avrebbero aspetto orrendo e spietato, come i gesti della mafia e dei napoleoni. È solo una fantasia, spero, generata dall’assurdo che ci si presenta; ma a causa di essa sono più preoccupato di quanti vedono il loro gruzzolo sgonfiarsi a ogni alba e tramonto di mercato.

Se i capitalisti sbagliano a trattare il capitale, i politici la politica economica, gli economisti luminari non illuminano nulla, le Nazioni Unite non uniscono nessuno e i grandi capi non riescono a armonizzare il mondo… Non mi piacciono, rifiuto generalmente i puntini di sospensione, non intendo sottrarmi mai alla responsabilità di concludere; ma sta di fatto che qui il pensiero resta sospeso.

Giuseppe Campolo

Giuseppe Campolo

Scrittore giornalista Direttore per molti anni di "Prospettive" periodico indipendente di arte cultura e promozione sociale Premio Vittorini con il romanzo: Soledad Montero: La strega Altre pubblicazioni: Evoluzionisti ovvero Come inventare la democrazia; L'amore occulto.

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